PREVIDAGE SRL
Sede legale
Corso Garibaldi, 49
20121 Milano (MI)
REA di Milano 2740204
CF e P.IVA 13733500964
Capitale sociale € 10.000
previdage@legalmail.it
Sedi operative
Via Larga, 8
20122 Milano (MI)
Piazza De Gasperi, 12/16
21047 Saronno (VA)
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Pensioni 2026: quali cambiamenti porta la nuova Legge di Bilancio?
Se ci si aspettava dal 2026 una svolta capace di “riscrivere” le regole del pensionamento, la Legge di Bilancio riporta il tema su un binario più realistico: nessuna riforma strutturale, nessun superamento della Fornero, ma una linea di continuità che consolida l’impianto già in vigore e riduce ulteriormente lo spazio delle deroghe.
Il segnale è doppio. Da un lato, il legislatore sceglie di rientrare progressivamente verso i requisiti ordinari di vecchiaia e pensione anticipata, lasciando scadere alcune misure sperimentali che negli anni avevano rappresentato “uscite laterali” dal sistema. Dall’altro, prende forma con maggiore chiarezza una strategia di medio periodo: contenere l’impatto dell’adeguamento alla speranza di vita nel breve (2027) e, soprattutto, spingere la previdenza complementare a svolgere un ruolo più centrale nell’equilibrio complessivo del welfare previdenziale.
In altre parole: il sistema pubblico resta il perno, ma viene preparato, con una serie di interventi mirati, a reggere l’urto demografico atteso nei prossimi anni, quando l’uscita dal lavoro della generazione dei baby boomer renderà più evidente la pressione sui conti previdenziali.
Ti interessa l’argomento?
Leggi il nostro articolo sul ricalcolo contributivo!
La manovra 2026 si colloca pienamente nel solco tracciato dall’art. 24 del DL 201/2011 (riforma Fornero). E lo fa anche attraverso scelte che, pur avendo una forte valenza politica, producono effetti molto concreti sul piano operativo.
La più rilevante è la mancata proroga di due strumenti che, negli ultimi anni, hanno rappresentato per molti lavoratori un tema ricorrente di valutazione:
Si tratta di misure più volte rimodulate e progressivamente meno appetibili, anche per via del calcolo contributivo integrale, ma che avevano comunque mantenuto una funzione “di flessibilità” per segmenti specifici di lavoratori.
In questo quadro di restringimento, resta invece confermata l’Ape Sociale, prorogata fino al 31 dicembre 2026 alle medesime condizioni dell’anno precedente: una misura selettiva, a carico dello Stato, pensata per accompagnare determinate categorie (disoccupati, caregiver, invalidi, addetti a mansioni gravose) fino alla vecchiaia ordinaria.
Un’ulteriore scelta significativa riguarda la pensione anticipata contributiva: la Legge di Bilancio 2026 elimina la possibilità, introdotta in precedenza ma mai resa operativa, di utilizzare la rendita della previdenza complementare per raggiungere l’importo soglia richiesto. È un dettaglio solo in apparenza tecnico: in realtà, segnala che l’accesso alla pensione “a 64 anni” resta ancorato a requisiti economici pubblici, senza scorciatoie.
Guarda anche il video sul nostro canale Youtube sulla Manovra 2026
La parte più delicata della manovra è quella che riguarda il meccanismo di adeguamento alla speranza di vita. Qui il legislatore non mette in discussione il principio, ma interviene sulla tempistica: l’aumento stimato viene “diluito” nel 2027 e applicato pienamente dal 2028.
È un modo per evitare un irrigidimento immediato dei requisiti, mantenendo però intatto il percorso complessivo.
In concreto, nel 2027 si registra un incremento di un mese, mentre dal 2028 l’adeguamento torna nella misura piena di tre mesi, con effetti su più canali di pensionamento:
Per i dipendenti pubblici, la manovra interviene anche sui tempi di corresponsione dell’indennità di fine servizio: dal 1° gennaio 2027 il termine scende da 12 a 9 mesi per chi cessa per limiti di età.
Accanto all’aumento dei requisiti, la Legge di Bilancio 2026 introduce una deroga circoscritta: alcune categorie, per il solo 2027, restano escluse dall’incremento legato alla speranza di vita.
La tutela riguarda:
La stessa logica viene estesa anche alla pensione anticipata “precoci” (41 anni), ma soltanto se il lavoratore rientra nelle categorie gravosi o usuranti/notturni.
Per usuranti e notturni si aggiunge un elemento ulteriore: viene bloccato fino al 31 dicembre 2028 l’aumento dei requisiti della pensione dedicata, consentendo l’accesso con 61 anni e 7 mesi, 35 anni di contributi e quota 97,6.
Va però evidenziato un punto che, nella pratica, genera spesso incomprensioni: restano esclusi dalle deroghe coloro che, pur essendo “gravosi”, percepiscono l’Ape Sociale.
Nel 2026 viene riconfermato anche l’incentivo al trattenimento in servizio, noto come Bonus Giorgetti. Rispetto alle origini, la platea si restringe perché non viene prorogata Quota 103: oggi l’incentivo interessa i lavoratori dipendenti che maturano nel 2026 i requisiti per la pensione anticipata ordinaria.
Il meccanismo è semplice: il lavoratore rinuncia alla trattenuta dei contributi IVS a proprio carico e riceve l’importo in busta paga. La legge conferma anche l’aspetto fiscale più rilevante: le somme sono esenti e non concorrono a formare reddito da lavoro dipendente (esenzione applicabile anche ai dipendenti pubblici).
Il vero tema, tuttavia, non è “quanto entra” nel breve, ma “cosa succede” nel lungo periodo. Perché rinunciare ai versamenti significa ridurre il montante contributivo e, di conseguenza, l’assegno pensionistico futuro, soprattutto per chi è nel sistema contributivo puro.
Gli esempi elaborati mostrano che, a fronte di un incremento in busta paga intorno al 9,19% della retribuzione imponibile, il taglio mensile della pensione futura può essere non trascurabile e cresce con lo stipendio e con gli anni di fruizione del bonus.
È una misura che può avere senso, ma solo se inserita in una valutazione personalizzata: posizione contributiva, età, prospettiva di permanenza al lavoro e obiettivo reddituale nel periodo post-pensionamento.
La proroga dell’Ape Sociale fino al 31 dicembre 2026 è, nei fatti, il principale presidio pubblico di anticipo pensionistico rimasto in piedi.
L’Ape Sociale resta un’indennità ponte, soggetta a un tetto massimo di 1.500 euro lordi mensili, fiscalmente assimilata al reddito da lavoro dipendente e non rivalutata annualmente. È inoltre incompatibile con i redditi da lavoro, salvo il lavoro autonomo occasionale entro 5.000 euro lordi annui.
Le categorie beneficiarie restano quelle consolidate: disoccupati di lungo corso, caregiver, invalidi civili dal 74%, addetti a lavori gravosi. Il requisito anagrafico è fissato a 63 anni e 5 mesi, con requisiti contributivi differenziati (30 anni, 36 per gravosi, 32 per edili e ceramisti), e con lo sconto per le lavoratrici madri.
Come sempre, è decisivo rispettare le finestre di presentazione delle domande (31 marzo, 15 luglio, 30 novembre 2026) e impostare correttamente il percorso di verifica e certificazione.
Se la parte “pubblica” del sistema viene mantenuta sostanzialmente stabile, la manovra 2026 investe invece sulla previdenza complementare con interventi che incidono sia sul risparmio previdenziale sia sulle modalità di erogazione.
Da un lato, aumenta la deducibilità annua dei contributi a 5.300 euro. Dall’altro, si amplia la quota liquidabile in capitale (dal 50% al 60%) e si introducono nuove soluzioni di decumulo flessibile: rendite a durata definita, prelievi programmati, erogazioni frazionate per almeno 5 anni, con una disciplina fiscale coerente e un rafforzamento delle tutele (cedibilità, pignorabilità, sequestrabilità) assimilate alle pensioni obbligatorie.
Il passaggio più impattante, però, è l’adesione automatica: dal 1° luglio 2026, per i lavoratori del settore privato alla prima assunzione (esclusi i domestici), scatta l’iscrizione d’ufficio salvo rinuncia entro 60 giorni, con conferimento del TFR maturando e dei contributi previsti, nei limiti indicati dalla norma.
È una scelta che punta a trasformare la previdenza complementare da “opzione” a componente ordinaria del percorso previdenziale, soprattutto per le generazioni più giovani.
Il 2026 è un anno in cui diventa ancora più evidente una tendenza: meno strumenti sperimentali, più requisiti ordinari, e una spinta decisa verso l’integrazione previdenziale.
Per questo, chi sta pianificando l’uscita dal lavoro o sta valutando opzioni come Ape Sociale o Bonus Giorgetti dovrebbe partire da un punto fermo: l’analisi della propria posizione contributiva e dei requisiti maturati, perché la differenza tra una scelta corretta e una penalizzante non sta nel titolo della misura, ma nei dettagli applicativi.
𝗩𝘂𝗼𝗶 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐥𝐚 𝐭𝐮𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞?