PREVIDAGE SRL
Sede legale
Corso Garibaldi, 49
20121 Milano (MI)
REA di Milano 2740204
CF e P.IVA 13733500964
Capitale sociale € 10.000
previdage@legalmail.it
Sedi operative
Via Larga, 8
20122 Milano (MI)
Piazza De Gasperi, 12/16
21047 Saronno (VA)
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Isopensione: la finestra per il prepensionamento a carico delle aziende si restringe, cè tempo fino al 30 novembre 2026 per accompagnare all’uscita i lavoratori con un anticipo massimo di 7 anni rispetto alla pensione.
C’è ancora tempo, ma non molto, per sfruttare la versione “potenziata” dell’isopensione, una delle principali misure di prepensionamento finanziate dal datore di lavoro. Le aziende che intendono gestire l’uscita dei propri dipendenti con un anticipo massimo di 7 anni rispetto alla pensione devono prestare particolare attenzione al calendario perché la possibilità di utilizzare questo ampio scivolo è infatti collegata alle cessazioni dal servizio entro il 30 novembre 2026.
La disciplina ordinaria dell’istituto consente, invece, un anticipo massimo di 4 anni rispetto alla maturazione dei requisiti per la pensione di vecchiaia o per la pensione anticipata ordinaria, ai sensi dell’art. 24, commi 6 e 10, del D.L. 201/2011. Solo in forza di interventi normativi temporanei, da ultimo l’art. 9, comma 5-bis, del D.L. 198/2022, questo limite è stato esteso fino a 7 anni, ma in via transitoria.
Ne deriva una conseguenza operativa molto concreta: per le aziende che intendono gestire esuberi coinvolgendo lavoratori distanti più di 4 anni dalla pensione, il tempo utile per attivare la procedura si sta rapidamente riducendo. E non si tratta di un’operazione che può essere improvvisata. Tra accordo sindacale, validazione INPS e predisposizione della provvista finanziaria, i tempi tecnici richiesti sono tutt’altro che marginali.
In altri termini, chi vuole utilizzare davvero l’isopensione come leva strategica per la gestione degli esuberi aziendali, e non come semplice soluzione residuale, deve muoversi ora in quanto più ci si avvicina alla scadenza, più diventerà difficile costruire piani di esodo sostenibili, strutturati e finanziariamente compatibili.
Approfondisci l’argomento con questo articolo del nostro blog sulla pensione anticipata
L’isopensione, disciplinata dall’art. 4, commi 1-7 ter, della L. 92/2012, è una prestazione di accompagnamento alla pensione riservata ai lavoratori dipendenti del settore privato, attivabile da aziende con un organico medio superiore a 15 dipendenti nel semestre precedente.
Dal punto di vista tecnico, non si tratta di una pensione in senso stretto, ma di una indennità temporanea che accompagna il lavoratore fino al raggiungimento del requisito previdenziale. Durante questo periodo, il datore di lavoro corrisponde al dipendente un importo mensile pari alla pensione teorica maturata al momento dell’uscita e versa, contestualmente, la contribuzione correlata utile ai fini pensionistici.
La misura si presenta, almeno sul piano formale, come uno strumento accessibile a una platea aziendale piuttosto ampia. Tuttavia, nella pratica, la sua applicazione risulta molto più selettiva. La ragione è semplice: l’isopensione è un istituto interamente finanziato dal datore di lavoro. Non vi è, quindi, un onere pubblico diretto a sostegno dell’uscita anticipata.
L’azienda deve infatti sostenere sia il costo dell’assegno mensile, sia quello della contribuzione correlata per l’intera durata dello scivolo, oltre a garantire la copertura finanziaria tramite fideiussione bancaria oppure versamento anticipato della provvista. È per questo che l’isopensione viene utilizzata soprattutto nell’ambito di riorganizzazioni aziendali strutturate o in presenza di processi di riduzione del personale di una certa rilevanza.
Guarda anche il video della dottoressa Noemi Secci e scopri di più sull’isopensione!
Nel regime transitorio attualmente in vigore, possono accedere all’isopensione i lavoratori ai quali, al momento della cessazione del rapporto, manchino non più di 7 anni alla maturazione del diritto alla pensione. In assenza di proroghe, questo margine tornerà però al limite ordinario di 4 anni.
Più precisamente, l’accesso è possibile se il lavoratore si trova entro:
È fondamentale considerare un aspetto tecnico spesso sottovalutato: il requisito pensionistico deve essere perfezionato all’interno di una singola gestione previdenziale. Non è quindi possibile costruire il diritto all’isopensione facendo ricorso al cumulo dei contributi maturati presso casse o gestioni diverse.
La procedura, inoltre, non può essere avviata unilateralmente dal datore di lavoro. È necessario un accordo sindacale finalizzato alla gestione degli esuberi, mentre l’adesione del lavoratore resta volontaria. In molti casi, l’accesso allo scivolo è accompagnato anche da ulteriori incentivi all’esodo.
Il nodo centrale della disciplina attuale è rappresentato dalla scadenza del 30 novembre 2026. Entro tale data devono collocarsi le cessazioni dal servizio necessarie per beneficiare del regime esteso fino a 7 anni di anticipo.
Questo significa che il termine non deve essere letto solo in senso formale, ma anche in chiave operativa. Un piano di isopensione richiede infatti una fase preliminare di analisi, verifica dei requisiti individuali, confronto sindacale, interlocuzione con l’INPS e organizzazione della copertura economica. Tutto questo comporta tempi tecnici significativi.
Per le aziende che stanno valutando l’utilizzo dell’isopensione come strumento di gestione del personale, il margine temporale realmente disponibile è quindi più ristretto di quanto possa sembrare. Aspettare troppo può tradursi nella perdita della possibilità di coinvolgere quei lavoratori che oggi rientrerebbero nel perimetro dei 7 anni, ma che domani resterebbero esclusi dal ritorno al limite ordinario dei 4 anni.
Il principale elemento di selettività dell’istituto è rappresentato dal suo costo complessivo.
L’azienda che attiva l’isopensione deve corrispondere al lavoratore un assegno mensile pari alla pensione teorica maturata al momento dell’uscita dal lavoro. Tale importo viene calcolato secondo le regole vigenti e non è soggetto a ricalcoli penalizzanti ulteriori rispetto a quelli già previsti dall’ordinamento pensionistico.
A ciò si aggiunge il versamento della contribuzione correlata per tutta la durata dello scivolo. Questa contribuzione viene determinata sulla base della retribuzione media degli ultimi 48 mesi, comprensiva anche delle componenti accessorie e variabili, come straordinari, premi e altri emolumenti collegati al rapporto di lavoro.
Non esistono, quindi, tetti calmierati o limiti politici di spesa: il costo dell’operazione resta pienamente ancorato alla storia retributiva del lavoratore e alla durata dell’accompagnamento fino alla pensione. Inoltre, il datore di lavoro deve fornire garanzie economiche adeguate tramite fideiussione o provvista anticipata.
Per questo motivo, l’isopensione rappresenta uno strumento potenzialmente molto efficace, ma sostenibile soprattutto per aziende con una solida capacità finanziaria e con obiettivi chiari di razionalizzazione dell’organico.
Dal punto di vista del lavoratore, l’isopensione offre un vantaggio evidente: consente un’uscita anticipata dal lavoro con una copertura economica stabile fino al raggiungimento della pensione.
Tuttavia, è importante valutare anche i limiti dell’istituto con attenzione.
L’importo percepito durante il periodo di isopensione costituisce una fotografia della pensione maturata al momento della cessazione e, nella generalità dei casi, risulta inferiore alla retribuzione precedentemente percepita. Inoltre, non si applica la perequazione automatica, cioè la rivalutazione periodica legata all’inflazione.
A questo si aggiunge il fatto che non spettano gli assegni familiari e che la prestazione non è reversibile ai superstiti. I superstiti potranno eventualmente accedere alla pensione indiretta solo in presenza degli specifici requisiti contributivi previsti dalla normativa, vale a dire, in via generale, almeno 15 anni di contribuzione oppure 5 anni di contributi, di cui 3 versati nell’ultimo quinquennio.
Sotto il profilo previdenziale, però, la posizione del lavoratore rimane tutelata. La contribuzione correlata versata dal datore di lavoro è infatti pienamente valida sia ai fini del diritto sia ai fini della misura della pensione. Essendo calcolata sulla retribuzione media degli ultimi 4 anni, non determina, di norma, un pregiudizio significativo sotto il profilo contributivo.
L’isopensione può rappresentare una soluzione particolarmente efficace nei processi di riorganizzazione aziendale e nella gestione degli esuberi, ma solo a condizione che venga inserita in una pianificazione accurata sotto il profilo giuslavoristico, previdenziale, sindacale e finanziario.
Il termine del 30 novembre 2026 può apparire ancora distante, ma nella realtà operativa è già vicino. Le aziende interessate devono considerare non solo il momento finale della cessazione, ma tutto il percorso che conduce all’attivazione concreta dello strumento.
Rinviare le valutazioni significa, in molti casi, restringere progressivamente la platea dei lavoratori coinvolgibili e perdere il vantaggio più rilevante dell’attuale disciplina transitoria, cioè la possibilità di utilizzare un anticipo massimo di 7 anni.
In assenza di ulteriori proroghe normative, il ritorno al limite ordinario di 4 anni ridurrà in modo significativo la portata applicativa dell’istituto, anche considerando i futuri adeguamenti dei requisiti pensionistici alla speranza di vita.
L’isopensione resta uno degli strumenti più rilevanti per accompagnare l’uscita dei lavoratori nei contesti di riorganizzazione aziendale, ma la sua efficacia dipende in larga parte dalla tempestività della programmazione.
Oggi, il vero elemento strategico è rappresentato dalla possibilità di sfruttare ancora il maxi-scivolo a 7 anni, destinato a cessare per le uscite che non rientreranno nella scadenza del 30 novembre 2026.
Per le aziende, questo significa avviare subito una valutazione concreta della platea interessata, dei costi complessivi, della sostenibilità finanziaria dell’operazione e dei passaggi sindacali e previdenziali necessari. In materia di isopensione, come spesso accade nel diritto previdenziale, attendere troppo significa ridurre drasticamente le opzioni disponibili.
𝗩𝘂𝗼𝗶 𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐜𝐞𝐫𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 𝐥𝐚 𝐭𝐮𝐚 𝐬𝐢𝐭𝐮𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐯𝐢𝐝𝐞𝐧𝐳𝐢𝐚𝐥𝐞?